L'IMMAGINARIO BAROCCO DI STEFANIA VICHI


Non avevo mai incontrato il lavoro di un’artista così difficile da descrivere. Mettere in fila delle riflessioni sulle opere di Stefania Vichi è stato un grande impegno, oggetto di attenzioni, delicatezze e approfondimenti, per la complessità delle numerose sfaccettature con le quali volta volta esse si presentano, diventando sempre più sfuggevoli e imprendibili come un pesce del mare, sempre pronto, con un colpo di coda a sfuggirti tra le mani. Con un coraggio da lupa, Stefania Vichi, come Kandinsky, abbandona la carriera di avvocato per spendere la sua vita nell’arte. E come una lupa, mai sazio appare l’appetito verso la creazione di nuove opere e nuovi concetti. Non solo, ma scegliere di farlo in questo momento storico, fino a spingersi ad organizzare un’impegnativa esposizione a Palazzo Ranieri di Sorbello, in pieno centro storico a Perugia, sede dell’Istituto Italiano Design, diventa un atto di fede e di speranza verso quelle discipline passionali quali sono le arti, che aggrappandosi con volontà ad una forma di vivere, dichiarano al mondo di voler sopravvivere.

E’ la creazione d’arte, intesa come bene comune, da preservare e tenere in vita. Questa credo sia la vera rivoluzione che cova nelle brame di Stefania Vichi. I giorni del confinamento fisico ci hanno reso consapevoli che nulla sarà come prima e il fatto che solo prendendosi cura dell’altro si possa salvare se stessi, ha innestato una sorta di principio di solidarietà di fronte ad eventi speciali. E’ importante capire cioè che tutte le rinascite dopo le grandi epidemie, sono rinnovamenti, rinascenze formali, estetiche, ma soprattutto etiche, di regole di vita, morali, che hanno spesso dettato le linee guida anche per le più alte innovazioni nelle espressioni visive. Rinascenze di un qualcosa che non è assolutamente necessario alla sopravvivenza, come l’arte, ma proprio per questo di estrema importanza per sopravvivere. Perciò l’evento e la mostra di Perugia si inseriscono con giuste pretese nel panorama contemporaneo italiano, e con giovanile piglio di convinzioni, lasciano intendere che dietro ad affermazioni, concetti e soluzioni estetiche, non c’è solo l’autostima di complesse produzioni, ma radici profonde, studi, amore, coraggio e conoscenza, che spesso affiorano come barbe, gonfiando l’asfalto di pensieri e opere molto complesse e durature.

Allora, azzardando o approfittando del momento, noi, a fianco dell’artista, indegni prosecutori di una tradizione che vide proprio in queste terre artisti rivoluzionari, tentiamo di traversare un rinascimento consumistico e pragmatico per approdare, con il lavoro della Vichi ad un Neo-barocco visionario e contemporaneo, frutto naturale del nostro tempo. Come il Rinascimento trova nutrimento nell’arte classica e nel suo rigore d’equilibri, specchio delle cose materiali e contingenti, pensieri che oggi si trovano vittime della propria caducità, ben venga ora, la sostanza vitale per quello slancio verso il trascendente, verso lo spirituale, verso un mondo immateriale che identificano nell’artificio barocco di Stefania Vichi un viatico per una rinascenza-barocca, fatta di messaggi forti, immagini accattivanti, corteggiamenti visivi, che hanno come fine il benessere e lo stupore dell’anima che guarda. Un lavoro molto complesso si nasconde dietro a quelle apparizioni e a quegli effetti che hanno il compito primo di stupire. L’accostamento più facile che in primis sorge spontaneo è l’eco di un mondo lontano fatto di volute, di sventolii di drappi e damaschi tipico delle estasi barocche. Ma non tutto è come appare, il che, poi, è uno dei principi dell’artificio del Barocco stesso. La questione si complica. Se facciamo un passo indietro, potremo davvero divertirci a comparare i principi del Rinascimento con quelli del Barocco e comprendere all’istante il tributo che il lavoro della Vichi deve a quest’ultimo. Non essendo più l’uomo al centro dell’universo, la Vichi nega l’importanza dell’artista a favore dell’opera. In una scena artistica dove la lezione di Duchamp impera, dove cioè lo spostamento dell’interesse non è più sull’opera ma sull’artista, il lavoro per una realtà artificiosa ed articolata, quale è l’opera della Vichi, è davvero controriformante! L’importanza del senso della vista, dove ogni cosa appare diversa da quel che è, in una molteplicità di prospettive che introducono il tema dello specchio e del lucido riflesso, si affianca alla grande illusione, alla spazialità, alle metamorfosi, alla metafora, a ciò che complica la visione, ai collegamenti bizzarri che portano ad una realtà falsificata, dove si tende a rompere la rigidità della materia, con giochi di luci ed ombre, di spazialità nei rilievi e nei vuoti. Già in piena epoca post moderna, Omar Calabrese, individua, nel suo libro del 1987 “L’età Neobarocca”, la ricerca di forme in cui si mettono da parte i canoni classici dell’ordine e della sistematicità, in cambio della instabilità, della polidimensionalità e della mutevolezza.

 

Ecco che la Vichi, con queste nuove e antiche disposizioni, rivisita la sensibilità di Alberto Burri, nato a Città di Castello come Stefania, delle “Plastiche Rosse” del 1963/68, aumentandone gli spessori con affascinanti altorilievi, e, in parallelo alla ricerca contemporanea di Beatrice Gallori, crea la serie delle “Lex Italica” e del “Pantheon-Bacco”, dove l’insegnamento della storia viene trasmesso proprio come modo nuovo di comportamento per coloro che hanno a cuore le cose d’arte. Le virtù umane sono le uniche ad essere incoraggiate per intraprendere una via d’uscita in tempi bui, e Vichi individua in alcune fondamentali famiglie storiche italiane la grande intuizione di sostenere i Geni (gli artisti) nelle loro creazioni: dai Medici ai Borgia, dagli Sforza ai Borboni è il trionfo del colore e della forma, in una parata luccicante di drappeggi e simboli che le pittosculture evocano mediante accenni iconografici; dall’intreccio dei canestri di frutta all’acino d’uva dei baccanali, nel magma dei paradigmi contemporanei di tecniche e di concetti. Ma il teatro barocco trova il massimo impegno nel Falò delle vanità, una complessa installazione di tre metri che evoca la sera di martedì grasso, 7 febbraio 1497, quando il frate Savonarola e i suoi seguaci bruciarono in Piazza della Signoria migliaia di oggetti considerati impuri, peccaminosi, immorali, che a loro giudizio potevano generare vanità appunto. Tra questi oltre a specchi, cosmetici, vestiti lussuosi, anche strumenti musicali, manoscritti, numerosi disegni e dipinti. In soccorso arrivano gli estintori (Caravaggio, Bernini, Canova, Burri...) che dominano le fiamme, controllando e spegnendo il gran fuoco, proprio con la loro sana vanità artistica e il loro genio che sopraffà chi tenta di dar fuoco all’arte per distruggerla. Il flusso del tempus fugit compie così la sua assurda danza, con coreografie di rovine, oggetti, mementi, che costituiscono l’immagine e il riflesso della decadenza e della fragilità dell’essere umano. Tra le vanità del falò del Savonarola c’erano anche i vestiti preziosi, di lusso, e Stefania Vichi non poteva che dedicare proprio con Dress-art un’attenzione all’argomento. Lo fa con la stessa fantasia provocatoria che rende il visitatore protagonista come eventuale indossatore di una serie di corsetti con i quali vestirsi. E’ un invito a calzare un segno d’arte, a trasformarsi, lasciandosi trasportare dai flussi delle volute e dallo splendore dell’oro. Siamo tutti nudi davanti all’arte, tutti immancabilmente uguali e l’arte è pronta a vestirci di meraviglia e stupore, a spogliarci del maligno per indossare il bene, a toglierci il velo del banale per coprirci di originali virtù. Anche questo atteggiamento sottolinea l’aspetto edonistico, più che quello educativo delle arti nella concezione barocca. Se poi avessimo un calo di energia, ecco pronta la serie del Loading art: come cassette del pronto soccorso, se ne stanno queste composizioni di elementi essenziali alla sopravvivenza: coloro che sono affetti d’anemia verso l’arte, i carenti di sensibilità, i deboli d’idee, posso caricarsi di nuove energie con la flebo ricostituente di stupore, con trasfusioni di bellezza e d’amore per l’arte. In un trionfo di colore, nella vittoria dell’immaginario sull’immagine, le fotografie che presenta Stefania Vichi sono una naturale conseguenza di quanto dichiara con il suo fare più tecnico e monumentale. Sono fotogrammi di una storia, sono scenografie eclettiche e irreali, dove l’uso intelligente delle pitto-sculture, dei vestiti e delle altre invenzioni artistiche della Vichi si mettono in gioco, in un dialogo tra di loro, su un palcoscenico di teatro, protagoniste di una commedia umana, metafora eterna di quella dell’arte.

 

Nell’atmosfera barocca, colorata, eccessiva, che sfiora il kitsch (considerato cattivo gusto solo perché si contrappone all’equilibrio e all’armonia dei canoni estetici classici) delle foto di Stefania Vichi, si riconoscono ironia, glamour e iconografia che si fondono in una sorta di manifesto pubblicitario, tra pop e moda, vicine agli slogan-advertising e alle immagini di Davide La Chapelle o di Andrea Serrano. Un linguaggio che diventa naturalmente quasi trasgressivo, per quel sottile equilibrio tra sacro e profano su cui si muove in sostanza tutta l’opera della Vichi nel rappresentare i suoi temi universali. Con accenni alle composizioni bizzarre e provocatorie la Vichi vuol ribadire la piena libertà ed individualità dell’artista, prendendosi in carico la tendenza all’eccesso, all’illusione e alla teatralità, che si esplicano fattivamente in un’artista complessa che usa indifferentemente mezzi tradizionali, scultorei (dove dimostra conoscenze della manualità artigianale e della tecnica), per rappresentare concetti alti con opere contenenti riferimenti alla storia. Citazioni che producono ritorni di memorie e ripensamenti da parte del pubblico, che si trova inaspettatamente coinvolto spesso in azioni interattive, in performance di danza con bizzarre invenzioni coreografiche o riflesso nelle immagini fotografiche che riassumono tutto lo sforzo dell’artista nel rincorrere il culto della bellezza, trasformato dalla Vichi in ciò che le sta a cuore: il culto dello Stupore e della Meraviglia.
Ma in fondo.... “..è del poeta il fin la meraviglia...”.*

*Giovanbattista Marino sonetto di scherno con Murtola.


Testo a cura del Prof. Carlo Pizzichini

 

ABOUT CARLO PIZZICHINI

Carlo Pizzichini è nato a Monticiano (Siena) il 28 maggio 1962. Frequenta a Siena la Scuola Media Annessa all’Istituto d’Arte, si diploma a pieni voti all’Istituto Statale d’Arte di Siena (1981) ed in seguito all’Accademia di Belle Arti di Firenze (1985), allievo del professor Roberto Giovannelli. Lavora negli studi di Zurigo, Canton Ticino, Celle Ligure e Siena. È Titolare di Cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze, e dal 2014 è membro della prestigiosa Accademia delle Arti del Disegno di Firenze. Dal 2009 è direttore artistico del Premio Antica Arte dei Vasai promosso dalla Nobile Contrada del Nicchio e dall’Associazione Arte dei Vasai Onlus; attualmente è Professore ordinario dell'Accademia delle Belle Arti di Brera, Milano.